Succede che negli ultimi due anni, io venga operata due volte.

Entrambe, quasi a sorpresa. Con una visita di controllo (prenotate SUBITO dalla ginecologa, amiche, e fatevi fare un’ecografia, lo so che è non piacevole, fatela subito) che si trasforma in: facciamo due esami, poi i marker tumorali, poi un intervento, poi facciamo il controllo, ok rifacciamo i marker, e l’intervento ma stavolta più lungo e complicato e ti rifacciamo l’ombelico nuovo di pacca. Poi che figata la morfina, amici. E mi passa la paura dell’anestesia totale.

Ora sto bene, sto benissimo. Sana come un pesce. Però insomma, il futuro ed una eventuale progenie erano in forte dubbio, ecco.

Se non che, pochi giorni prima dello scorso Natale, ho scoperto di essere incinta. Dopo un considerevole numero di cene/aperitivi/dopocene di Natale, tra l’altro. Una sera a mezzanotte sei lì che bevi Baileys sul divano con le amiche, e 12 ore dopo uno stick ti dice inconfutabilmente INCINTA. Uno stick che tu compri convinta del contrario, giusto perché, che palle, togliamoci sto pensiero e via. Tanto hanno detto che era difficilissimo, ti pare?

Non era così difficile.

E contestualmente, io inizio a morire di maldistomaco. E di fame. Sempre. Un loop che, a intervalli regolari di due ore prevede dio-che-fame/oddio-lo-stomaco/ma-che-fame/voglio-il-biochetasi. E via così.

E odio tenere i segreti, e non sono brava. Quindi il giorno di Natale abbiamo avvisato futuri zii, nonni e bisnonni (indovinate chi è andato fuori di testa?) e io ho iniziato a utilizzare delle scuse barbare per chi mi vedeva improvvisamente switchare verso una coca cola, invece che sulla solita media chiara.

“eh ma sai, sono sotto tachipirina”

“devo ancora digerire il pranzo…”

Però per un po’ ce l’abbiamo fatta. Cioè, non proprio con tutti eh, qualcuno mi ha sgamato subito. Dopodiché siamo anche stati spoilerati da qualche parente troppo felice per mantenere il segreto.

E alla telefonata: OK ORA LO POTETE DIRE A TUTTI, ricordo che nei successivi 5 minuti mi ha chiamato chiunque. Roba che non è umanamente possibile chiamare 14 persone contemporaneamente da 2 telefoni, ma evidentemente le nostre famiglie hanno i superpoteri.

Se escludiamo qualche mezzo svenimento, che fa tanto damina dell’800 signora mia, sono stata bene. Sto bene. Ho avuto la mia dose di incubi pre-morfologica, tutti passati. Ho avuto e ho tutte le paure del mondo, ad ogni ecografia. E se devo essere operata di nuovo? E se? E se?

Nove mesi di E se. In cui sono stata una pessima donna incinta, perché stando bene non ho mai rallentato i ritmi e ho continuato a fare come prima. Mesi in cui ho dovuto fare i conti con la mia nota paura degli ospedali, e in cui un paio di volte ho visto i medici preoccuparsi anche un filino, ma ne siamo usciti tutti bene.

Aspetto una bambina, ed è quello che ho sempre desiderato. Ogni volta in cui ho sognato di avere figli, erano femmine. Ha già un nome, nelle nostre teste. Ha sempre avuto quel nome, anche prima di sapere che fosse una bambina, anche prima di sapere che ci fosse e basta.

Lei che è venuta a un sacco di concerti, che ha già preso due aerei (sì, per andare a Napoli a vedere Damien Rice), che è stata a San Siro con me a vedere i Coldplay, e che se canto smette di muoversi. Perché è evidente che canto male, povera creatura.

Ora ci siamo, ora potrebbe arrivare da un giorno all’altro, dopo settimane che definire tragiche non è davvero un eufemismo. Dopo milioni di lacrime, ora sta per nascere quella che io e Marito chiamiamo la bambina magica.

E io potrò di nuovo mangiare il sushi.

 

(Questo post è in bozza da febbraio. Sono una pessima mamma blogger)