Ho impiegato esattamente un mese e un giorno. Un mese e un giorno fa a quest’ora ero a Roma e sentivo il soundcheck all’ Auditorium. Un mese fa ero in giro già da diverse ore e avevo camminato con la meravigliosa temperatura romana di fine luglio, quella che oscilla tra i 36 gradi e l’inferno.

Sarebbero stati i miei concerti numero 3 e 4 di Damien Rice. E ancora mi ricordo il momento in cui ho scoperto che quella canzone mi piaceva, anche se aveva un video assurdo. Ero a casa della Sil, e su un qualche canale tedesco è passata Cannonball.  Con questo  video qui.

Sono seguiti cd, due biglietti vinti per il concerto di Villa Arconati. Il silenzio suo, il mio consumare nell’ipod qualsiasi cosa avessi trovato su emule. VOLEVO DIRE COMPRATO, SIGNOR MARESCIALLO. C’è stata la sua musica ogni volta che prendevo il treno, c’è stata quando avevo bisogno di calmarmi e cercavo un mantra. Quando ho imparato a cantare, è stata la sua, la prima. Più recentemente, c’è stato quando ho trovato l’idea per un tatuaggio, che raccontasse di me e del mio futuro marito.

Ho pensato spesso a come scrivere qui, ho pensato che avrei razionalizzato tutto e scritto con calma. E invece ho deciso di fare una cosa molto più banale. Di copiare quello che ho scritto appena finito il concerto, e avevo bisogno di mettere nero su bianco tutto.

La foto di copertina è di Isabella, che è una fotografa incredibile, e che ha visto con me entrambi i concerti. Condividendo le ansie, l’emozione e sopportandomi piangere per tutto il concerto di Verona. Qui tutte le foto che ha fatto sia a Roma che Verona, più altre tutte degne di nota.

Roma, 26 luglio. Circa le 3.

“È il mio terzo concerto, non so cosa aspettarmi.

Older chest in apertura è una sorpresa, non ci credevo. Nella mia set list mentale non la includo mai (probabilmente perché non è tra le mie preferite).

Poi una 9 crimes lunga, tirata, cattiva. Ho bisogno di respirare alla fine, credo di aver trattenuto il fiato per metà canzone. Chi mi è seduto accanto mi chiede se sto bene, mi dice di respirare. Tanto la versione “famosa” è struggente, tanto questa è arrabbiata. L’ombra di Damo si staglia ora dietro il pubblico, come fosse partito davvero tutto. Chiacchiera poco, ride mentre suona, all’inizio.

It Takes A Lot To Know A Man è lunga, polistrumentale. 12 minuti di suoni e loop, poi si parla di senso di colpa, di cattolicesimo, e così Trusty and True diventa una specie di inno religioso.

In chiusura ci accalchiamo sotto il palco (le mie rotule non me lo perdoneranno) e quando rientra per l’encore sembra stupito di vederci. The Blower’s Daughter con la voce di tutti, come da copione. Poi Volcano senza microfono, e ci invita sul palco per un finale senza amplificazione. Divisi in 3 canoni,  come fatto a Milano a ottobre. Salgo anche io sul palco. E’ davvero a un metro da me, e io piango quel che non ho pianto nelle 3 ore precedenti. Se ne va, ci prova almeno. Abbraccia quelli che sono davanti a lui mentre esce. Anche me.

Il concerto è finito. siamo tutti fuori in attesa di qualcosa. Non ho mai visto un aftershow, non so bene come, se e quando ci sarà. Due ore dopo, esce. Ci spostiamo sul prato, sotto un albero. C’è tantissima gente (forse un centinaio), nonostante sia l’una di notte. Farà una canzone lui, poi una uno di noi. Andiamo avanti quasi un altro paio d’ore.

Sono qui da quasi 12 ore, nel caldo più assoluto. Non ho mai respirato così bene, così a fondo, come nelle ultime tre ore.”

 

E poi Verona. 31 luglio, circa le 2.

“Ci sono le nuvole, minaccia pioggia. C’è un castello scuro. E ci sono io, di nuovo. Abbiamo sentito un pezzo di soundcheck, adesso aspettiamo che inizi e scommettiamo sull’apertura.

Delicate.

Coconut skins. Non mi ricordo se gliel’ho mai sentita fare, è incredibilmente giusta in questa location, che sembrerebbe più da classiconi e invece…

Ci siamo. È evidente che dopo Roma, sia la terza la canzone che mi deve dare la botta. All’auditorium era stata 9 crimes. Qui Woman like a man. Più cattiva di Milano, più distorta. Il mio highlight.

Poi finalmente, chiacchiera. Introduce the box, dedicata alla voce nella tua testa che ti dice che non riuscirai a fare nulla.

E poi passa a long long Way all’harmonium l’opposto, la voce che ti dice che puoi fare tutto, che sono gli altri a sbagliare sempre. (Se la piantiamo di fare riferimento alla mia vita Damo, sta diventando inquietante..).

Poi sul palco sale una ragazza del pubblico, e Damien realizza subito che è stata una pessima idea. Non conosce le parole di nulla, canta un pó a caso. La parte migliore del siparietto su Volcano (e mi resterà sempre il dubbio su cosa voleva cantare prima che intervenisse lei) resta la sua faccia imbarazzata e il canone a tre voci finale.

Poi amie, My favourite faded fantasy, elephant. I remember, la cui seconda parte non fa che confermarmi che le parti tirate di questo tour restano le mie preferite.

The greatest bastard, the professor con la storiella sulle valigie piene di cose preziose da non usare (abbiamo capito il senso, vai tranquillo). Chiusura con it takes a a lot. 12 minuti di forza, e sto diventando ripetitiva e noiosa a dire che sono questi i suoni che preferisco.

Pausa, encore. Sotto il palco, che è altissimo. Cannonball, cantata forte da tutto il pubblico. 9 crimes, non mi sono ancora ripresa da Roma, qui ho definitivamente perso e recuperato la testa, urlato, pianto, respirato e recuperato il senso di un sacco di cose. Blowers daughter, che inizio a tollerare a fatica.

Usciamo tutti, aspettiamo un aftershow che arriva dopo un’ora. Camminiamo l’uno accanto all’altra, letteralmente, ci sediamo su un prato e saremo 200 persone. I don’t want to change you, suonata sui miei piedi, poi halleluja con un ragazzo del pubblico. Rootless tree, cantata piano per non svegliare le case vicine e con molti più love you del previsto sul finale. Una specie di duetto su be My husband con un una coppia del pubblico. Cold water, duetto con una ragazza, mentre scendono le prime gocce di pioggia. Colour me in, tremo anche per il freddo. Trusty and true mentre inizia a piovere e ride con noi su “weather rained on our dreams”.

Finisce con delicate, come ha iniziato. Ci saluta e io riesco nella seguente conversazione di altissimo livello.

“Hi, Just want to say thank you..” “Thanks to you. See you! Bonanotte”

Hug.

 

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